Elezione diretta dei senatori: riforma della riforma?

Nell’ennesima tappa del suo Tour de Force pre-referendario Matteo Renzi, ospite di Lilli Gruber, ha dichiarato che in caso di vittoria del Sì i nuovi senatori saranno scelti dai cittadini. L’annuncio del premier non stupisce, essendo ormai noto l’accordo raggiunto con parte della minoranza Pd sulla proposta di Vannino Chiti che, per l’appunto, prevede l’elezione diretta dei senatori. Accordo che, al momento, ha convinto Gianni Cuperlo a schierarsi a favore della riforma. Sulle modalità di tale elezione non ci sono però certezze. Dice infatti Renzi che è impossibile presentare una proposta concreta prima di conoscere l’esito del referendum, non essendo possibile legiferare su qualcosa che ancora non esiste  come il nuovo Senato. Non resta pertanto che affidarsi all’immaginazione, e chiedersi se, in caso di vittoria del Sì, in ogni regione si andrà a votare su liste composte da sindaci e consiglieri regionali in carica;  se la scelta dei senatori avverrà contestualmente alle elezioni regionali o comunali (tenendo presente che sarebbe necessario far votare tutti i comuni lo stesso giorno); o se la fantasia costituente intende riservarci qualche altra soluzione più o meno praticabile.

Peccato che non lo si possa sapere in anticipo, anche perché conoscere la modalità di elezione è l’unico modo per intuire il ruolo e l’importanza del Senato nell’eventuale nuovo sistema istituzionale. Un Senato eletto dai cittadini avrebbe, infatti, una legittimazione politica forte. Potrebbe così svolgere a pieno il suo ruolo di contrappeso nei confronti della maggioranza dei deputati, che resterebbero i soli a dare la fiducia al governo. Sarebbe un modo per permettere al sistema di conservare degli strumenti di tutela delle autonomie territoriali, dal momento che il mandato politico dei nuovi senatori dovrebbe essere abbastanza chiaro: dovranno difendere le ragioni di tutti i comuni e di tutte le regioni per poter difendere quelle del loro comune e della loro regione. A questo risultato si può arrivare soltanto con l’elezione diretta (anche se riservata a chi è già stato eletto sindaco o consigliere), perché altrimenti i nuovi senatori difenderanno le ragioni del loro partito e, se sono espressi del partito di maggioranza, quelle del governo centrale.

Si avrebbe in tal modo una vera separazione funzionale tra le due camere, evitando sia il problema del doppione, che non è previsto dalla Costituzione del 48 ma si è imposto nella prassi (su questo punto mi permetto un rimando a quello che ho scritto a proposito di Ragioni e distorsioni del bicameralismo italiano) sia il problema di avere un Senato succube rispetto alle indicazioni della maggioranza. Va però ricordato che l’idea di un Senato forte è incompatibile con lo spirito della riforma, che vuole invece ottenere un Governo forte, libero di agire in maniera rapida e (si spera) efficace. L’unico modo per ottenere entrambi i risultati sarebbe allora quello di chiarire che il governo nazionale sarà più forte nelle questioni di rilevanza nazionale e dovrà invece trattare col Senato al momento di incidere nei settori di competenza regionale (ad esempio per quanto riguarda la decisione di far scattare la clausola di supremazia, che dovrà essere l’eccezione e non la regola).

Al momento non c’è però traccia di tale chiarezza. Il discorso sul Senato è demagogicamente incentrato sulla presunta riduzione dei costi della politica da un lato e sull’estensione dell’immunità parlamentare ai nuovi senatori dall’altro. Per quanto invece riguarda la tutela delle autonomie territoriali, solo in Sardegna sembra chiaro il rischio connesso all’approvazione di una riforma che ne prevede il progressivo smantellamento in nome dell’interesse nazionale. Resta però da chiedersi se (dando per scontato che le regioni povere e poco popolate saranno sempre svantaggiate rispetto alle altre) sia peggio un sistema nel quale l’interesse nazionale prevale alla luce del sole o un sistema come quello attuale: nel quale, in modi che si possono solo immaginare, prevale l’interesse di partito.

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